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Sei Nazioni 2019: guida ufficiosa della Scozia

Dopo essersi rimessa in bacheca la Calcutta Cup ed eguagliato il miglior risultato di sempre (terzo posto finale) da quando il Championship si è allargato a Sei Nazioni – va ricordato che, tecnicamente, è ancora campione in carica del 5 Nations avendo conquistato l’ultima edizione, esattamente vent’anni fa – la Scozia si presenta ai nastri di partenza con tanta voglia di fare bene anche nel 2019.

L’autunno ha portato tante indicazioni utili a Gregor Townsend e al suo staff, ha fatto capire alla Scozia che può vincere anche quando non riesce a mettere in campo il proprio gioco (come successo nell’ultimo test match contro i Pumas) e può perdere quando non gioca come sa (la gara di Cardiff contro il Galles ne è chiaro esempio) ma che in linea di massima, al netto degli infortuni, arriva al Sei Nazioni ormai senza l’assillo di dover evitare il cucchiaio di legno e con qualche ambizione in più.

Punti di forza

Gregor Townsend e il suo staff, che hanno saputo costruire sul lavoro fatto da Vern Cotter, sono il più grande punto di forza della Scozia. Non solo per quanto sono riusciti a mettere in campo, ma per aver riacceso la passione del pubblico che, con effetto-cascata, beneficia anche i giocatori.

“Sentiamo una vicinanza coi nostri tifosi, vengono in migliaia a vederci e abbiamo esaurito i tagliandi per undici gare di fila finora al BT Murrayfield, prima di annunciare che anche le prossime tre gare saranno sold-out” – ha detto Townsend durante il lancio del Sei Nazioni a Londra settimana scorsa.

“Questo non è mai successo prima, non abbiamo mai esaurito i biglietti per gare contro Fiji o Samoa o altre squadre contro cui abbiamo giocato in passato. I giocatori lo sentono, non solo quando sono in campo, quando sentono materialmente la spinta del pubblico, ma ti dà una spinta notevole sapere che tutto il tuo paese ti sostiene”.

“Questo è dovuto allo sforzo dei giocatori, lo stile di gioco forse contribuisce anche ma è quello che i ragazzi fanno per la maglia e l’uno per l’altro che rende i sostenitori orgogliosi della squadra. Questo ci dà grande fiducia entrando nel torneo.”

La mischia è decisamente uno dei punti di forza della Scozia perché, anche con qualche infortunio di troppo (ultimo, solo in ordine di tempo, quello di Hamish Watson) riesce a schierare un reparto sempre competitivo. Toony torna a contare anche su John Hardie, recuperato fisicamente e mentalmente – uno che, quando è in forma, è un flanker di grande spessore internazionale.

Quando gli avanti riescono a garantire ovali veloci dai raggruppamenti, i trequarti possono trasformarsi nell’arma letale del piano di gioco di Townsend, e il ruolo di Greig Laidlaw come ‘gestore’ e punto di unione tra i reparti è diventato, da quando il mediano di mischia si è ripreso la maglia numero 9 al rientro dall’infortunio.

Anche nei trequarti c’è qualche assenza pesante ma la Scozia può contare su elementi del calibro di Stuart Hogg, Finn Russell, Huw Jones e Tommy Seymour, solo per citare alcuni dei ‘soliti noti’, oltre a giovani talenti come Blair Kinghorn e Darcy Graham, cresciuti esponenzialmente sotto la guida di Richard Cockerill ad Edinbugh.

Punti deboli

La fatica, mostrata lo scorso anno e in autunno, di partire subito forte alla prima giornata – e, ironia della sorte, in entrambe le occasioni è arrivata una sconfitta a Cardiff – che in un torneo breve e concentrato come il Sei Nazioni può rivelarsi già fatale per le ambizioni di successo finale – è decisamente uno dei punti deboli su cui Townsend e lo staff stanno lavorando.

Gli infortuni al centro della prima linea hanno costretto (o, a voler vedere il lato positivo, dato opportunità diverse a) Townsend a convocare ben tre tallonatori uncapped, uno dei quali siederà in panchina contro l’Italia. E anche contro l’Irlanda, se questo giocatore verrà confermato, ci sarà un solo cap sulla sua testa quando verrà chiamato in causa contro la Nazionale, a detta di molti, non solo favorita per la difesa del titolo conquistato lo scorso anno ma anche per la vittoria nella Coppa del Mondo.

Nonostante i buoni segnali arrivati nella gara contro l’Argentina, la Scozia fa ancora fatica a dover cambiare tattica a gara in corso e se si trova a dover inseguire – soprattutto in trasferta – può andare in difficoltà, come ha confermato capitan Laidlaw durante il lancio del Sei Nazioni a Londra.

“[La vittoria contro i Pumas] è stata una lezione per tutta la squadra quella gara, perchè saper vincere partite in maniera differente è fondamentale in questo tipo di competizioni. Alla fine quello che conta è vincere e trovare un modo di andare oltre la linea avversaria (anche quando il meteo non gioca dalla tua parte come quel giorno) – ha detto Laidlaw – Ti devi saper adattare: quando non puoi mettere in campo il tipo di rugby che preferisci devi saper cambiare. Le statistiche mostrano che se vuoi vincere il Sei Nazioni devi essere in cima alle classifiche per quanto riguarda la difesa e questo è un aspetto su cui stiamo lavorando in vista del torneo quest’anno”.

La Scozia ha inoltre vinto poche gare lontano dal BT Murrayfield e quest’anno, se vorrà candidarsi come una delle favorite, dovrà andare a prendersi un risultato positivo a Parigi e Londra. Non sarà facile, anche contando che la Scozia non ha mai vinto né allo Stade de France, né a Twickenham da quando esiste il Sei Nazioni.

Scenario migliore

Vittoria con bonus offensivo (e prestazione convincente) contro l’Italia, prima di battere l’Irlanda in un BT Murrayfield esaurito in ogni ordine di posti.

“Beh, sarebbe bello poter entrare nel terzo turno con due vittorie – e questo è il nostro obiettivo. La vittoria nel Sei Nazioni si costruisce sul momentum, quindi la spinta che ti dà un successo, i punti in classifica ovviamente servono…” ha risposto Townsend alla domanda di OnRugby se, con due vittorie, la Scozia diventerebbe la squadra da battere. “Ma anche se dovessimo vincere queste due gare, come ho detto prima abbiamo due trasferte molto dure oltre ad avere la terza squadra nel ranking mondiale, il Galles, in casa. Sarebbe bello iniziare con due vittorie, devi iniziare bene il Torneo se vuoi vincerlo quindi vediamo cosa succede.”

Diventa difficile, quindi, cercare di capire cosa succederà prima della sfida di Parigi, soprattutto sulla scorta di due eventuali vittorie consecutive – e considerando quali risultati la Francia di Jacques Brunel raccoglierà per strada. In quest’ultimo caso, la Scozia sarebbe di fronte la Scozia ad un nuovo tipo di sfida. I Dark Blues, infatti, non solo si troverebbero davvero catapultati tra le favorite per il successo finale, ma avrebbero ulteriore pressione di andare a vincere lontano da casa una partita determinante per il loro Torneo.

Scenario peggiore

Una sconfitta interna contro l’Italia all’esordio, detto con il massimo rispetto possibile per gli Azzurri di Conor O’Shea.

Townsend, quando OnRugby ha chiesto se quella partita rappresenta sulla carta il modo migliore di iniziare il Torneo, mi dice convinto che “no, solo vincere la prima partita rappresenta un ottimo punto di partenza. Abbiamo perso qualche volta contro l’Italia in casa, avremmo dovuto perdere contro l’Italia nell’ultima gara giocata lo scorso anno. Sono una squadra davvero dura da affrontare e altre volte nel passato la Scozia ha fatto fatica contro di loro; anche considerando che Treviso sta facendo così bene (battendo Glasgow qualche settimana fa) i nostri ragazzi sono consapevoli della forza dell’Italia e come stanno crescendo come squadra.”

“Certo, le aspettative saranno alte per quanto riguarda la Scozia – aggiunge Toony – Sempre più persone stanno venendo a vederci giocare al BT Murrayfield e c’è entusiasmo ma, ripeto, sappiamo che sarà una sfida difficile”.

Una sconfitta all’esordio casalingo contro l’Italia costringerebbe la Scozia a dover battere l’Irlanda per non registrare uno 0/2 che, oltre ad escludere i Dark Blues dalla corsa per il Titolo, consegnerebbe loro una seconda parte di Torneo ‘da incubo’.

Giocatore da seguire

Oltre ai ‘soliti noti’ già citati in precedenza, che sicuramente dovranno prendersi la scena se la Scozia vuole avere ambizioni di titolo, vado forse controcorrente per quanto visto nelle ultime uscite ma dico Adam Hastings.

Se Townsend, in autunno, ha spostato Finn Russell primo centro per far spazio alla giovane apertura dei Glasgow Warriors a numero 10 – e contando che Toony, quel numero, l’ha portato sulle spalle dimostrando di meritarselo – vuol dire che Hastings ha tutte le qualità per diventare una delle più grandi aperture scozzesi degli ultimi anni.

Il periodo negativo avuto a cavallo tra natale e capodanno durante i due derby di 1872 Cup può essere arrivato, nonostante tutto, nel momento giusto: Hastings, infatti, stava inanellando prestazioni convincenti gara dopo gara ma, da quando era tornato in Scozia, non si era ancora visto costretto ad uscire da un periodo di forma non proprio brillante – qualcosa che fa la differenza tra buoni giocatori e fuoriclasse.

Hastings (figlio d’arte) ha risposto bene e la fiducia arrivata da Townsend con la convocazione ‘nonostante tutto’ potrebbe dargli quella spinta per fare l’ultimo passo verso la consacrazione, quando avrà occasione di scendere in campo.

“Ogni apertura ha dei momenti in cui ha delle difficoltà, e questo può essere dovuto ad errori personali o al modo in cui la squadra sta giocando e questo ti porta a forzare delle giocate perchè vuoi trovare delle soluzioni,” ha detto Townsend parlando di Hastings in fase di presentazione del gruppo per il Sei Nazioni. “Adam ha giocato molto quest’anno, e molto bene. Adesso è un po’ sotto pressione, ma queste sono esperienze importanti da fare nel processo di crescita, per cercare di capire come puoi aiutare il club a crescere e ad uscire da momenti di impasse. Nella sua carriera a lungo termine, queste partite difficili gli torneranno molto utili”.

“Siamo molto contenti di quello che sta facendo, in estate ha giocato bene e ci è piaciuta la reazione dopo la brutta partita della squadra contro gli Stati Uniti facendo molto bene la settimana successiva; anche in novembre ha fatto bene e sono sicuro che verrà nel gruppo cercando di costruire su quanto fatto finora”.

Matteo Mangiarotti